martedì 7 ottobre 2008

L'intolleranza di Diana

Quasi iniziatico il corridoio che dal cortile interno del castello di Ferrara si deve percorrere, mentre il moderno, sacro e inavvicinabile “tempio di Diana” ci si svela lentamente davanti agli occhi.
Il materiale con cui è costruito ci assale col suo profumo: sapone di marsiglia.
Si entra, si inizia a camminare e si passa sotto al primo arco che conduce ad un altro tratto di corridoio; di fronte a noi si staglia una struttura di base quadrata alta un metro e ottanta costruita interamente di mattoni di sapone, la visione è quasi onirica, il bianco del materiale ci appare lentamente, illuminato di luce naturale riflette il candore, il fronte del tempio è leggermente in ombra ( il sacro non può essere visto, da occhi profani, interamente illuminato): iniziamo a percepire inconsciamente la purezza che si cela al suo interno.
Continuando a camminare verso il tempio, si inizia a sentire, oltre all’odore di sapone e di pulito che tutto il “sancta sanctorum” emana, l’ ululato della muta dei cani di Atteone all’inseguimento del loro padrone.
Procedendo il latrato dei cani da caccia è sempre più forte e ci accompagna fino al tempio, ci fa sprofondare nella consapevolezza che il Sacro è inafferrabile, che il Sacro deve rimanere invisibile agli occhi umani, pena la metamorfosi, come successe ad Atteone, mito narrato nelle “Metamorfosi” di Ovidio, trasformato in qualcosa che nulla più ha di umano, mutato in una bestia, in un cervo, inseguito e sbranato dai cani che egli stesso possedeva.
Stefano Guerrini ha rivisitato con la sua opera il mito di Diana ed Atteone, ha giocato sull’immagine delle ninfe vergini e della Dea della caccia, il loro bagnarsi nel lago, ha riportato la loro purezza fuori da loro stesse: l’acqua limpida è stata trasfigurata e metaforizzata nell’installazione che le nasconde e le cela in parte al visitatore, costretto a spiarle da un foro aperto nella struttura, ma a distanza.
La struttura è infatti protetta da catene e paletti stradali che ci vietano di andare oltre, che ci ammoniscono a non entrare appieno in contatto con la struttura “sacra” costruita con centinaia di saponette da bucato.
L’odore è forte, all’improvviso ci accorgiamo del buco, curiosiamo all’interno del tempio ed eccole, le ninfe e Diana in una immagine dipinta dal Cavalier d’ Arpino o meglio, si intravedono mentre compiono incuranti le loro abluzioni nelle acque cristalline.
Noi le stiamo spiando come fece Atteone e sappiamo che esse sono pure, lo intuiamo dall’odore.
Guardiamo incuriositi ma non possiamo essere rilassati, c’è qualcosa di terribile che ci aspetta, che ci ha condotto fino a lì, il sacro è inviolabile, i cani ci avevano avvertito, i paletti e le catene che ci separano ci avevano messo in guardia, la tranquillità riaffiora con irruenza odorando, ma la vista e l’udito ci creano una sensazione perturbante; Diana, l’Essere Sacro è pronta a punirci e a nulla varranno le nostre preghiere, a nulla il nostro allontanarci o avvicinarci al tempio.
La purezza stessa che ci viene presentata dall’artista tramite il sapone ma questo è il medesimo mezzo che ci offusca la visione. Solo un piccolo foro ricavato da una saponetta mancante, e nulla più, ci permette di sbirciare le ninfe.
Il Sacro si adira se l’occhio va oltre, quello che è inconcepibile e non visibile deve rimanere tale, pena terribile sarà arrecata a chi cerca invano di conoscere e vedere.
Tanto l’uomo antico dei miti greci che l’uomo moderno sono incapaci di partecipare alla sacralità e “L’intolleranza di Diana” ci ricorda quanto siamo vulnerabili rispetto al divino.
Stefano Guerrini ha rielaborato il mito coinvolgendo tre sensi del fruitore, vista udito e olfatto, forse avremmo voluto anche che il tatto fosse partecipe? Se solo non ci fossero state quelle catene bianche e rosse, avremmo potuto allungare una mano e toccare il tempio ma l’artista sa bene che l’uomo non può osare tanto.
Non dimentichiamo che Adamo ed Eva, per il gusto, ultimo senso, ci hanno fatto scacciare dal paradiso e ci hanno “donato” il peccato originale.


venerdì 11 luglio 2008

Du Bos e la funzione dell'arte

Nelle sue “Riflessioni critiche sulla poesia e sulla pittura” (1719) Du Bos fa coincidere il piano estetico delle arti, con quello psicologico e sociologico, per mettere in evidenza quanto l’arte non sia e non possa essere autonoma dall’uomo, ma è sempre in relazione con lui.

Non indagandone il fattore ontologico, Du Bos, si chiede quale sia la funzione delle arti: l’arte è una cura per strapparci dall’infelicità procurandoci un piacere puro e privo, quindi, di reali e “pericolose” passioni, che potrebbero mettere l’animo umano in crisi.

Il punto di partenza è che l’uomo necessita di distrazioni per poter avere la mente perennemente occupata, per non ricadere nella noia, condizione estremamente pericolosa per gli individui.

Due strade possono essere percorse, quello della riflessione e quello del sentire; la prima non è accessibile a tutti, non è facile avere la capacità di pensare su se stessi, ma sicuramente la distrazione più piacevole e sicura è appunto il sentire, facile per qualsiasi uomo.

Bisogna sentire, ma senza il rischio di cadere in sgradevoli e durevoli passioni difficili da governare, ed ecco che l’arte ci può fare provare passioni, ma mantenendoci sempre vigili e permettendo, in ogni istante, alla nostra volontà e ragione di governare queste passioni pure che ci trasmette l’arte.

L’arte diviene essenziale per la vita dell’uomo. La novità ulteriore di Du Bos è stata, in aggiunta, quella di allargare la nozione di pubblico, essendo tutti in grado di “sentire” e provare piacere; il sentire e il gusto appartengono a tutta l’umanità, tutti gli uomini sono uguali tramite le “ragioni del cuore”, non solo una determinata elite può fruire dell’arte.

Ma cosa l’artista, il genio, deve mostrare al pubblico, per potere effettivamente svolgere il suo compito di movere et delectare gli animi?

Il genio deve raffigurare le sofferenze umane capaci di commuoverci, rifacendosi all’immagine del “de rerum nature” di Lucrezio, è infatti piacevole starsene sulla spiaggia al sicuro, mentre si vede un naufragio in lontananza.

Ma cosa è il genio? È un dono, una dote naturale derivante anche da cause fisiche, geografiche, climatiche e storico-sociali, non è ancora un creatore come sarà nel 1800, ma è uno scopritore, lui e solo lui sa cosa poter “dipingere” per poter farci provare emozioni.

giovedì 5 giugno 2008

Platone e le Dottrine non scritte-Giovanni Reale

Giovanni Reale è uno dei massimi studiosi della filosofia antica; egli ritiene che in essa, l’uomo occidentale, possa ritrovare e riconoscere, e quindi recuperare, le proprie radici di pensiero.

Egli sostiene che, per liberarci da tutti i mali che ha prodotto il nichilismo nell’animo dell’uomo, sia necessario ritornare alla sapienza degli antichi.

Egli recupera, quindi, grandi classici quali Socrate, Aristotele, Plotino e S Agostino ma, in particolare, il suo profondo amore, e punto di incontro tra la metafisica della classicità e quella della modernità, non può che essere Platone.

Nel dialogo platonico, Il Fedone, in cui Socrate è costretto a bere la cicuta, Platone affronta il tema dell’anima.

Fondamentale il finale in cui il filosofo della maieutica, avendo già ingerito il veleno mortale, esorta i suoi discepoli, ad offrire un gallo a esculapio, in segno di ringraziamento per la liberazione dalla vita; l’anima è immortale ecco il punto di incontro e il continuum, tra la metafisica greca e quella occidentale moderna, che passa e si rafforza dalla filosofia medievale, la scolastica.

Reale immette anche in Italia un nuovo studio di Platone, mettendone in crisi l’idea romantica del filosofo, che risale a Schleiermacher, rivalutando le dottrine non scritte, di cui parlano i discepoli di Plaotne, partendo da una fonte sicuramente attendibile quale quella di Aristotele.

Ma è infondo Platone stesso che afferma che la sua dottrina va cercata altrove, ma forse prova ancora più tangibile è che sono gli scritti stessi del filosofo a “richiedere” una dottrina ulteriore, probabilmente esoterica e non accessibile a tutti,: possibile che il corpo degli scritti platonici non presenti una unità sistematica?

Probabilmente, allora, a ragione, il vero Platone andrebbe cercato nelle “dottrine non scritte”(o forse sarebbe più corretto dire che andrebbero trovate queste dottrine all’interno di altre opere di seguaci di Platone).

Reale stsso, che sostiene appunto la presenza nella filosofia di Platone di una parte “esoterica” non parla però di iniziazione, ma di studi, verità e dottrine che venivano offerti solo ai discepoli dell’ Accademia.

Chiaro è, quindi che non si parla di alcuna “setta Platonica”, non esistono “culti misterici Platonici”, sebbene la cosa potrebbe essere moto interessante e suggestiva.

Cè stata, e ci sarà probabilmente, una disputa tra i sostenitori dell’esoterismo di Platone e gli anti-ersoteristi, i primi sostenitori di effettive dottrine “segrete” e i secondi che cercano il filosofo Platone all’interno, e solo all’interno, di quello che ci è giunto fino ad oggi.

Ma infondo, se si legge la lettera VII del Fedro, Platone stesso dichiara che lo scritto non può mai rappresentare la cosa più seria per il filosofo, se è veramente tale, si asterrà da scrivere le cose di vero valore.

venerdì 30 maggio 2008

Bultmann e il Nuovo Testamento

La libertà dell’uomo, dalla Riforma fino ad oggi, prende il sopravvento; egli si libera delle obsolete istituzioni, delle antiche credenze e delle vecchie istituzioni.
Il cambiamento effettivo avviene, come ci si può immaginare, tramite i progressi e le scoperte scientifiche del XVII secolo.
In modo quasi magico la rivoluzione copernicana cambia tutta la concezione del mondo e della natura.
L’uomo diventa soggetto e oggetto della scienza, diviene essere di natura, gradualmente tutte le certezze confortevoli dell’essere fatto ad immagine e somiglianza di Dio vengono cancellate dal progresso delle ricerche, il Vangelo e la parola di Dio perdono di credibilità, l’uomo moderno si trova debole ed indifeso rispetto al destino. Egli vorrebbe credere, ma non ne è più in grado, a causa delle forti contraddizioni tra fede e scienza.
Come poter credere, o meglio, come poter accettare le dottrine del Nuovo Testamento è l’argomento di “Nuovo Testamento e mitologia”, uno dei più famosi libri (edito dalla casa editrice Queriniana, nella collana giornali di teologia, ultima edizione uscita nel 2005) di uno dei maggiori e importanti teologi del nostro tempo morto nel 1976, Rudolf Bultmann.
Il Vangelo, secondo la sua teoria, per poter essere accettato e compreso da noi moderni, deve essere demitizzato: una concezione mitica del mondo era possibile quando non vi erano conoscenze scientifiche certe.
La concezione del mondo muta, e anche il modo di interpretare il nuovo Testamento deve essere differente rispetto a quando è stato scritto.
Una cieca accettazione del Nuovo testamento sarebbe un arbitrio personale, una scelta di fede.
Difficilmente l’uomo moderno può accettare la tripartizione del cosmo, ancora più difficilmente può accettare le guarigioni miracolose; compito del teologo quindi, deve essere proprio quello di demitizzare il messaggio cristiano per poterlo rendere attuale, accettabile da tutti, senza la necessità di una cieca fede che potrebbe andare contro le scoperte moderne.
Il Kerygma, sebbene impregnato di visioni mitiche, non può essere cancellato, ma necessita di una revisione, deve essere interpretato criticamente.
Per Bultmann il messaggio che deve scaturire dal Vangelo è una apertura al futuro priva di paure; bisogna rinascere escatologicamente, essere una nuova creatura.
L’escatologia neotestamentaria inizia dal momento che, per il credente, il tempo della salvezza è incominciato: la vita futura è già presente.
Bultmann prende come riferimento il vangelo di Giovanni, dove Gesù è venuto al mondo e ha chiamato alla fede: “il giudizio è questo: la luce è già venuta nel mondo” (Giov. 3,19)
La fede diviene amore, un bisogno naturale dell’uomo, nulla di misterioso vi è in essa ed è per questo che va demitizzata, per riportarla al suo vero messaggio originario.
La fede cerca di mostrare all’uomo cosa esso sia esattamente come fa la filosofia, con la differenza, sostiene il teologo tedesco, che nella fede la naturalezza dell’uomo deve essere guidata dall’intervento di Dio. Nuovo Testamento e filosofia convergono sul fatto che l’uomo possa diventare cosa egli sia già, basta prendere coraggio delle proprie azioni e rendersene consapevoli.
Cristo serve a riscattare l’uomo che si è voluto rendere autonomo rispetto a Dio, e l’uomo, grazie al Suo intervento ritorna ad essere libero; libero di decidere se scegliere la fede, donandosi agli altri o rimanere semplice oggetto e soggetto di natura.
Gesù è un reale personaggio storico, scrive Bultmann, e la sua parola è un fenomeno socio-culturale: così la dottrina cristiana può essere accettata, poiché non viene più avvolta nel mistero sebbene rimanga un fatto di fede.
E’ proprio l’indimostrabilità specifica della fede che mette l’annuncio Cristiano al sicuro, e riprendendo le parole di Bultmann: “in questo modo viene affermato il paradosso della presenza dell’al di là divino nella storia: il verbo si è fatto carne”.
La dottrina cristiana fa in modo che all’uomo sia sempre offerto il momento della libertà. Ogni istante diventa escatologico, è una rinascita che può liberare l’uomo dal suo destino storico e renderlo libero.
A chi si lacera e non trova alcun senso nella storia e nella vita a causa della sfiducia nella modernità, Bultmann risponde di non guardare alla storia universale, ma cercare sicurezza nella propria storia personale. In ogni istante sonnecchia la possibilità di essere un istante escatologico, a noi lo svegliarlo.

Cristianesimo e Neoplatonismo

“Credo in un solo Dio, Padre onnipotente,creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito, Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato della stessa sostanza del Padre per mezzo di lui tutte le cose sono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”.
L’Atto di fede, il vero Credo, stabilisce la sostanza del Figlio tramite il concetto della sostanza medesima.
Cristo si trova, assieme allo Spirito Santo, compartecipe della Divinità di Dio Padre, ed allo stesso tempo, gli ultimi due, sono generati da Dio stesso.
Uno, intelletto, Anima sono le tre ennadi, i primi principi Neoplatonici che possono venire comparati ed associati al Dio, uno e trino, Cristiano.
L’Uno genera, non per volontà ma per emanazione, per sua natura, impossibile per lui non generare; in esso nessuna volontà di creare, nessun atto d’amore, tanto caro al Cristianesimo e necessario per la fede, in quanto l’uomo si troverebbe solo e disperato senza l’ immenso amore che proviene da Dio.
L’Uno neoplatonico non si cura delle sue creature, egli emana senza fare altro; Esso sta aldisopra, completamente immobile, “inconoscibile”, è la processione che fa sì che venga effettivamente creato il tutto, dall’immensa pienezza dell’uno, e di ciò se ne occupa la seconda ipostasi, l’intelligenza, o Nus.
Infine la conversione: tutte le creature, irradiate dalla luce del Primo principio, tendono a riunirsi ad esso, a essere nuovamente un tutt’uno annullando il molteplice.
È l’Anima, la terza ipostasi che cerca di illuminare le singole anime e farle volgere all’ Uno; altrimenti, sarebbero paghe della loro fisicità, a causa di una colpa, tanto cara a Plotino, ovvero l’ essere dimentiche della propria appartenenza al divino.
Il mondo è gerarchico per i Neoplatonici, ognuno ha una propria posizione che deve mantenere, per necessità, in base alla divinità che è presente in esso. Non ricevono direttamente la luce dal Primo principio, ma la possono vedere esclusivamente dalle enadi che seguono ad esso, ed ecco che l’uomo volgendo lo sguardo all’Anima può avvicinarsi ad una parte del divino, l’Anima essendo irradiata dal Nus si illumina di esso e l’Intelletto partecipa direttamente dell’ Uno.
L’Uno è “solamente” e semplicemente esso stesso, forse un Non-essere seguendo la dottrina di Damascio, ma comunque è sopra a tutto e tutto deve a lui la sua esistenza.
Possono le tre ipostasi Neoplatoniche sovrapporsi a quelle cristiane?
Può il Padre essere associato al primo principio Uno, il Figlio essere associato al Nus e infine lo Spirito Santo all’Anima?
È arduo trovare una risposta sufficiente o comunque che possa soddisfare la mente umana, ricordandoci sempre le parole di S.Paolo che la stoltezza di Dio è superiore all’intelligenza degli uomini (Prima Lettera ai Corinzi, 25).
Possiamo però pensare alle monadi divine, le quali sono unite nelle loro distinzioni e divise nella loro unità.
Esse sono presenti nel formare una divinità più alta, ma comunque ognuna gioca un ruolo fondamentale per la dottrina cristiana.
Come vuole il Credo, Dio primo principio, crea e non genera il mondo, ma genera suo figlio che salva l’umanità e, lo Spirito Santo è necessario per fare in modo che Cristo, sia “incarnato nel seno della vergine Maria”
Ed eccole infine tutte e tre le Ipostasi Neoplatoniche e cristiane, con i loro ruoli gerarchici stabiliti e quello che a noi è lecito fare, ovvero glorificarle: “Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato”.
È il concilio di Nicea avvenuto nel 321, primo concilio della storia, a risolvere il problema della divinità di Cristo: Egli è fatto della stessa sostanza del padre, Egli è divino, è colui che illumina l’umanità, in quanto apre gli occhi agli uomini ed essi possono vedere quanto Dio li ama, tanto da sacrificare suo figlio, generato da Se medesimo, per salvarli. Dio ama e partecipa alla vita degli uomini soffrendo, Dio non è più, per i Cristiani supersensibile e superinconoscibile, non è più solo bene ma è Bontà e questo, probabilmente è l’elemento che realmente distingue il Neoplatonismo dal Cristianesimo.

mercoledì 21 maggio 2008

L’emancipazione femminile in John Stuart Mill

INTRODUZIONE

John Stuart Mill (Londra 1806-Avignone 1873) fu filosofo ed economista inglese.
L’intera conoscenza è per lui d’origine empirica.
Fu particolarmente importante, per lui, il concetto di felicità propria e altrui, unita all’inalienabile questione della libertà individuale.
La possibile realizzazione della felicità di ciascun individuo comporta un accrescimento di piacere, all’interno di una prospettiva utilitaristica.
Egli fu ostile al socialismo in quanto pensava che, seguendo una politica di tipo socialista, si sarebbe limitata la libertà personale.
Proponeva una politica di riforme istituzionali e distributive intese a realizzare una maggiore giustizia e un governo di tutti per tutti.
Queste riforme potevano essere effettuate grazie al criterio utilitarista del massimo benessere per il maggior numero di individui, tramite un sistema liberale e di tutela delle minoranze.

Punto di partenza delle concezioni di Mill è la visione fondamentalmente Hobbesiana della condizione umana.
La natura non produce tutti gli oggetti di desiderio necessari a soddisfare l’intera umanità e quindi è necessario il lavoro per ottenere sia i mezzi di sussistenza, sia i mezzi per i nostri piaceri.
Col passaggio dallo stato selvaggio allo stato pastorale ha inizio l’accumulazione delle ricchezze e, con questo, l’ineguaglianza dei beni.
La transizione allo stato successivo, quello agricolo, porta all’estrema povertà degli agricoltori che lavorano la terra di chi la possiede e ciò porta insicurezza generale.
L’insicurezza fa apparire il governo dispotico, che cerca di tenere a freno eventuali rivolte dei soggetti resi “schiavi”, contro chi detiene il potere.
Mill afferma che le società Asiatiche, che non si sono mai evolute dallo stadio agricolo, sono ancora immobili, non riescono ad evolversi e sono destinate alla stagnazione.
Il mondo occidentale si è evoluto verso la libertà, verso la sicurezza e lo sviluppo, mentre il mondo orientale è legato al dispotismo, all’insicurezza e alla stagnazione.
L’antitesi tra governi liberali e governi dispotici, il primo riferito appunto all’occidente e il secondo all’oriente, ha una valenza importantissima anche in Montesquieu.
Montesquieu sostiene che ci sono cause fisiche e cause morali che danno vita al dispotismo asiatico.
Le cause fisiche sono legate al territorio e al clima, quelle morali all’educazione e alla religione.
Dove vi è potere dispotico, non vi è proprietà privata, la quale, per Montesquieu come per Mill, è indispensabile per il benessere e la felicità degli individui.
Nel dispotismo sono presenti tutti e tre i tipi di schiavitù enunciati da Montesquieu: quello civile, quello politico e quello della sfera privata o schiavitù domestica.
Nella schiavitù domestica viene messo in luce lo squilibrio nel rapporto tra uomo e donna.
Problema fondamentale in Mill è proprio la subordinazione femminile presente anche nel mondo occidentale.
L’emancipazione femminile per Mill gioca un ruolo fondamentale per garantire quella felicità necessaria, per il giusto funzionamento del governo.

La religione, come strumento del despota, ha la tendenza ad addomesticare i sudditi.

La religione Islamica infatti, al contrario del Cristianesimo, che ha contribuito all’emancipazione degli uomini e delle donne, ha contribuito fortemente alla schiavitù.

La poligamia del mondo islamico è sinonimo di sottomissione della donna, la quale risulta essere un oggetto, ed è tenuta sotto custodia.

Nello “Spirito delle Leggi” Montesquieu afferma che negli stati dispotici le donne sono oggetti di lusso e devono vivere in una condizione di estrema schiavitù.

L’Islam, termine che significa dedizione e sottomissione incondizionata ad Allah, cerca di controllare la libido nell’interesse dell’ordine collettivo e, questo significa controllo della sessualità femminile, la quale è vista come una minaccia per l’ordine sociale.

“Essendo stata demonizzata la donna è stata bandita dalla vita pubblica e ridotta al ruolo di oggetto sessuale e di riproduzione; il velo”, che le donne sono costrette o indotte ad indossare, “è diventato simbolo della assenza del femminile in una società patriarcale”[1]

La donna anche ai nostri giorni, poiché portatrice del male e dell’impurità, continua ad attirare su di sè l’ira dell’uomo ed è costretta a nascondersi dietro al velo e alle mura domestiche.
L’islam, per Montesquieu, risulta essere la religione della crudeltà, della ferocia, mentre il cristianesimo è invece la religione della mitezza.
Anche per Mill, come per Montesquieu, gli individui che sottostanno ad un governo dispotico, sono principalmente di carattere imbelle e rassegnato, ma soprattutto debole.
Il rimedio per Mill è quello di una maggiore istruzione, per il miglioramento dell’intelligenza: bisogna abbandonare superstizioni e usanze che interferiscono sulla produttività dell’individuo e sul corretto sviluppo delle capacità mentali, al fine di destare l’interesse per nuovi oggetti di desiderio.
Il tema dell’educazione è centrale anche nella via da seguire per giungere all’emancipazione femminile.
In un governo dispotico, l’individuo non può essere felice.
La massima felicità degli individui può essere raggiunta solo assicurando al singolo la maggior quantità possibile del prodotto del suo lavoro.
E’ solo tramite questo che gli individui saranno incentivati a produrre maggior quantità di oggetti di desiderio. Per questo però, è necessario una adeguata forma di governo poiché, risulta altrimenti ovvio, che chi non possegga gli oggetti del suo desiderio, sarà indotto a sottrarli ad un altro individuo più debole di lui.
E’ quindi indispensabile che gli uomini si riuniscano e deleghino ad un piccolo gruppo, il potere necessario per proteggere tutti.
Il fine del governo è quindi la protezione della persona e della proprietà.
La stessa legge però che fa in modo che un uomo, se non controllato, tenda a sottrarre ai più deboli oggetti di desiderio, fa si che lo stesso governo, che dovrebbe in teoria proteggere da questo pericolo gli individui, debba essere controllato: i detentori del potere politico, se non impediti, lo useranno per depredare i loro sudditi.
Il “problema politico” è una questione di controllo e sicurezza contro l’abuso di potere da parte dei governanti.
La forma migliore di governo risulta essere il sistema rappresentativo e deve avere una identità di interesse con gli elettori che rappresenta, altrimenti anch’esso abuserebbe inevitabilmente dei suoi poteri.
Questa identità può essere assicurata attraverso la limitazione della durata del mandato.

PARTE PRIMA

La questione dell’emancipazione femminile costituisce uno degli assi portanti del progetto etico-politico di Mill.Il testo “Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile”, scritto insieme alla moglie Marhet Taylor, viene terminato nel 1861; Mill decide di aspettare ben otto anni prima di pubblicarlo temendo che l’umanità non fosse pronta alle verità sull’emancipazione e che questo, potesse portare notevoli problemi al messaggio principale del libro, ovvero l’uguaglianza tra uomo e donna.“Nella situazione in lui si trovano attualmente le menti femminili, del tutto prive di istruzione, e con la loro naturale timidezza (…), sarebbe probabilmente dannoso eliminare in un colpo solo ogni restrizione”[2]

Effettivamente durante gli otto anni di attesa di pubblicazione del trattato, novità ne sono avvenute: era nato in Inghilterra e in america il movimento femminista per il suffragio universale.
Ci sono due principi cardine sul quale verte il discorso della libertà in questo autore:
Il primo è quello dell’eguaglianza morale, giuridica e politica degli uomini e delle donne il secondo è quello dell’autodeterminazione individuale.
L’eguaglianza sessuale nella sfera pubblica quanto in quella privata e sociale, ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione della democrazia moderna.
Per Mill la questione femminile è ancora più urgente e importante del problema sociale degli operai.
Il problema femminile risulta di maggiore rilievo in quanto tocca donne d’ogni classe ed età, e la loro inferiorità sembra essere radicata nei sentimenti e nei costumi sociali, oltre che codificata nelle leggi e nelle istituzioni; la condizione delle donne è simile a quella degli schiavi.
Uno dei primi argomenti trattati da Mill e dalla Taylor riguarda il problema del matrimonio e del divorzio.
Mill afferma che la legge del matrimonio serve a costringere i sensi degli individui a stare “forzatamente” con altri, nella speranza di costringere anche l’anima (o di costringere i sensi perché dell’anima non ci si interessa affatto).
Poco importa se una donna o un uomo sono innamorati, l’importante è che legalmente restino uniti e che la legge limiti, se non riesca ad impedire del tutto, eventuali tradimenti.
Infatti, se si scegliesse unicamente l’unione con una persona dell’altro sesso in base alla felicità che può portarci lo stare con essa, ecco che non avremmo più bisogno di regole limitatorie sulla libertà di unirsi o separarsi.
Per Mill l’indissolubilità del matrimonio, per lungo tempo, è stata una notevole sicurezza per le donne: “Credo non possa esservi dubbio alcuno sul fatto che l’indissolubilità del matrimonio abbia agito con forza nell’elevare la posizione sociale della donna”[3]

Una donna dal vero animo libero, può tranquillamente indurre l’uomo a farsi ripudiare pur di non stare con lui, ma per la maggior parte delle donne, restare col marito crea una situazione di sicurezza; oltretutto ciò che più conta per la donna, è avere la certezza di poter rimanere legata ai figli.
Il marito è interessato alla donna in quanto sua moglie, e per la sua rispettabilità necessita che anche la donna sia rispettata.
Per Mill il matrimonio deve essere un fatto di scelta e non di necessità, la donna deve aspirare a qualcosa di più che avere un protettore.
La condizione di una donna sola non è più un pericolo, la legge e l’opinione pubblica sono in grado di metterla al riparo da offese e violenze.
La donna deve iniziare a prendere coscienza del fatto che non è una proprietà del marito e deve farsi valere per cosa essa effettivamente sia.
Per questi autori è assurdo parlare di uguaglianza fino a che il matrimonio è un vincolo indissolubile.
“Ora se questa è l’unica cosa che la vita umana ha da offrire alla donna, è davvero poca cosa (…) ma è insito nell’animo femminile l’accontentarsi più facilmente”[4].
Per questo motivo, l’accontentarsi pur di avere una posizione rispettabile e pur di rimanere insieme ai propri figli, alcune donne sono avverse al divorzio.
Esse sono abituate a pensare che il loro potere sugli uomini si possa fondare principalmente sulla sensualità e che l’uomo, se non fosse vincolato da leggi e dall’opinione generale, cercherebbe questa sensualità altrove.

Nel matrimonio esse cercano una casa, lo status e la condizione di donna sposata e, una volta ottenuto tutto ciò, l’indissolubilità del matrimonio, assicura di mantenere tutto questo.

Esse sono portate a credere che, se il matrimonio viene sciolto, perderebbero tutto quello che hanno ottenuto, compreso il riconoscimento della società.
“Questa è l’assurdità e l’immoralità di uno stato della società (…) nel quale la posizione sociale della donna dipende dal fatto di essere o no sposate”[5]

Mill afferma che sia privo di senso, oltre al fatto che due persone si amino e siano amiche l’una dell’altra, che ci siano motivi sociali per cui un uomo e una donna si debbano sposare.
Non è la legge, ma sono i costumi e l’educazione a costringere una donna a sposarsi.
Infatti, le donne sole, se possiedono delle proprietà, legislativamente sono avvantaggiate e le interdizioni sono maggiori se la donna è sposata.
Le donne sono abituate fin da piccole a pensare di non poter vivere senza un uomo al loro fianco che le mantenga e le protegga.
Essere sposate è lo scopo della loro esistenza e una volta raggiunto questo scopo, esse cessano di vivere per qualsiasi altro obbiettivo utile.
Esse vengono istruite solo per sposarsi: “Per tanto una donna si sente e viene sentita come una sorta di escrescenza sulla superficie della terra, senza una libertà (….) sua propria”[6]

Averroè stesso aveva denunciato la situazione delle donne in oriente, trattate come fossero delle piante : “In questi nostri stati non si conosce la capacità della donna, perché vengono impiegate soltanto per la riproduzione. Per questo motivo sono assegnate al servizio dei loro coniugi. Ciò riduce nulle le loro attività. Appare spesso che assomiglino a piante”.
Non c’è nessuna disuguaglianza effettiva per Mill tra uomo e donna, se non la forza fisica.
Ma la società non si basa più sul diritto del più forte, il potere effettivo di un uomo non viene più acquisito grazie alla forza.
Ecco quindi che, una volta tolta la forza come unica differenza effettiva, le disuguaglianze non hanno più diritto di sussistere.
Occorre che la donna venga educata in modo da non dovere dipendere né dal padre, né dal marito per la propria sussistenza.
Il non essere indipendente la rende a tutti gli effetti schiava e giocattolo nelle mani dell’uomo.
Mill mette anche in luce quanto sia sbagliato e privo di senso il dire che le donne sono fatte per la sovrintendenza della casa e l’educazione dei figli.

Per quanto riguarda l’educazione dei figli, ovviamente, ciò che la donna sa, cercherà di insegnarlo ai bambini, ma è inadeguato definire questo l’occupazione della donna.
L’educazione che spetta alla madre nei confronti dei figli è quella dei sentimenti e della dimensione morale, ma questa educazione viene svolta nel tempo, stando col figlio, facendo in modo che lui la prenda come modello, rendendolo felice offrendogli quelle facoltà attraverso le quali possa sentirsi in armonia con tutte le cose.
Ma effettivamente, se i figli devono imparare dalla madre la dimensione morale, che cosa potranno apprendere dal fatto che lei è considerata dal marito come un oggetto?
Non sarebbe forse più giusto mostrare ai figli una situazione di parità e di uguali diritti?
La questione “dei figli” è una delle argomentazioni portate, da chi crede nell’indissolubilità del matrimonio, contro quelli a favore del divorzio.
Mill insieme alla moglie, sostiene che vi possano essere altre scelte di matrimonio durante la vita di un individuo.
Solitamente la prima scelta viene fatta quando ancora due individui sono giovani, non si conoscono adeguatamente e non hanno nemmeno una adeguata conoscenza dell’animo umano in generale. E allora, perché costringerli a stare assieme per tutta la vita?
Questo però, non deve essere un incentivo al divorzio, o a sposarsi sapendo di avere altre possibilità; infatti bisogna ricordarsi che lo scioglimento di un matrimonio è sempre un fallimento e vari fallimenti hanno effetti negativi sull’animo.
I figli sono un argomento centrale anche per Mill, tanto da dire che se ve ne sono, un uomo e una donna, non dovrebbero separarsi, purchè non vi siano estreme depravazioni all’interno dell’unione, poiché la felicità di essi dipende tutta dai genitori.
Mill crede che sia meglio non avere figli fino al sicuro momento in cui un uomo e una donna non ritengano di avere fatto la scelta giusta sposandosi, e siano certi di avere trovato la felicità.
Bisogna in ogni istante ricordarsi che il figlio è l’unico e vero legame indissolubile che due esseri umani possono avere; è profondamente ingiusto avere dei bambini come ulteriore legame e ricatto per fare si che l’uomo mantenga la donna, o che la donna sia ancora più schiava del marito.

PARTE SECONDA

Nel 1851, nelle zone più illuminate degli Stati Uniti è sorto un movimento organizzato rivolto all’emancipazione femminile.
Questo movimento rivendica l’eguaglianza del diritto civile sociale e giuridico con i cittadini maschi della comunità.
Questo è un movimento non a favore di donne, ma di donne.
Già nel 1850 nello stato dell’Ohio era nata una “convenzione di donne”.
Queste donne promuovono i loro principi e non hanno paura di affermare pubblicamente che:

“ - ogni essere umano adulto (…) ha diritto di partecipare direttamente al governo stesso;

- Le donne hanno diritto al suffragio ed a essere giudicate eleggibili per incarichi pubblici;

- Che la carriera delle donne debba rendere giustizia alle loro facoltà”[7]

Avere voce nel governo dovrebbe essere diritto di tutti: è insensato che vi siano due caste che dividono l’umanità, una adeguata per governare, e l’altra un danno assoluto, una fonte di perversione.
Che le donne siano inferiori è un pregiudizio che si è radicato all’interno degli animi e dei costumi, questo però non significa che le cose non possano cambiare, e che i pregiudizi non possano essere cancellati.
Le donne hanno dimostrato fin dall’antichità di essere adeguate alle più elevate funzioni sociali, e nella precisa misura in cui vi sono state ammesse, hanno dimostrato una vocazione nel regnare ( Elisabetta, Isabella di Castiglia, e molte altre hanno mostrato quanti pochi re nella storia, abbiano affrontato circostanze più difficili, al pari loro).
Ma perché viene mostrata una donna incapace di poter fare parte della vita politica?

Per Mill e per sua moglie i motivi sono essenzialmente i seguenti:

- L’incompatibilità della vita attiva pubblica con la maternità e con le occupazioni domestiche;

- l’inopportunità di aumentare “le pressioni già eccessive della competizione in ogni tipo di impiego professionale e il preteso effetto di inasprimento che la vita attiva eserciterebbe sul carattere delle donne”[8].

La realtà è che una parte dell’umanità e più precisamente la metà, vive in uno stato di subordinazione forzata a causa di un condizionamento mentale e, l’abitudine alla sottomissione della donna, la rende servile mentalmente.
La sottomissione viene inculcata fin dall’infanzia, tramite l’educazione, come una qualità che garantisce e conferisce grazia e femminilità.
Quello che le donne devono comprendere è che eguali diritti e riconoscimento sociale, non minano la femminilità.
Bisogna anche cercare di capire quanto la subordinazione del sesso femminile, sia un grave ostacolo al miglioramento degli esseri umani.
Il fatto che la donna sia esclusa dalla vita politica, non è stato deciso tramite un metodo empirico per cui si è dimostrato che essa non è adatta a governare o a far parte della vita pubblica.

L’assoggettare il sesso più debole fisicamente, ha un fondamento puramente astratto e sorge solo dal fatto che, fin dagli albori della società umana, la donna si trovava in una situazione di schiavitù rispetto ad un uomo.
Le leggi hanno reso legale quello che prima derivava esclusivamente da un fatto fisico.

In questo modo chi si trovava costretto all’obbedienza per timore del più forte, ci si ritrova obbligato per legge.
Ma Mill afferma che l’ineguaglianza tra uomo e donna non ha altro fondamento se non la legge del più forte.

In età passate la legge del più forte definiva integralmente le regole di vita; la storia mostra la crudeltà dell’uomo, tutto era in mano ai più potenti ed essi potevano decidere anche sulla vita di un essere umano inferiore.

Gli stoici sono stati i primi a insegnare, come parte della dottrina morale, che i liberi hanno obblighi nei confronti dei loro schiavi.

Nessuno, dopo che il cristianesimo divenne dominante come religione, ha più potuto essere estraneo a questa dottrina di eguaglianza tra gli uomini, almeno in teoria.

Nessuno però può fare sì che, chi brama il potere, non lo voglia, soprattutto su chi gli sta vicino.

Molti sostengono che la sottomissione delle donne sia naturale in quanto usuale e, oltretutto, il dominio degli uomini non è basato sulla forza, ma sul consenso.

Gli uomini non vogliono solo l’obbedienza delle donne, vogliono la loro anima e la loro mente, vogliono una schiava consenziente, educata fin da piccola all’obbedienza e alla dedizione.

Ora molte donne però, non accettano più di essere schiave, esse vogliono una istruzione al pari degli uomini e poter entrare a far parte di quelle occupazioni dalle quali per molto tempo sono state escluse.

Le donne devono combattere contro le morali che impongono loro di essere solo madre e sposa e di non avere altra vita, se non negli affetti.

Le donne sono state rese mansuete, sono state addomesticate soprattutto con la questione “figli” e “dipendenza economica”: per questi elementi liberarsi da questa condizione è quasi impossibile.

Le donne devono comprendere che nella società moderna nessuno nasce più con un posto sociale prestabilito, ma ognuno è libero di impiegare le proprie facoltà per raggiungere il posto che più gli si addice all’interno della società.

Le interdizioni nei confronti delle donne, sono l’unico caso per cui le leggi e le istituzioni e l’opinione generale, sanciscono che esse nascono con un posto prefissato all’interno della società.

Ciò che viene definito “natura femminile”, è qualcosa di puramente artificiale che in natura non esiste e che, non esisterebbe nemmeno negli animi delle donne se esse non venissero addestrate ad avere determinate caratteristiche.

“Per le donne si è sempre preceduti ad una coltivazione in serra di certe loro capacità naturali per il beneficio e il piacere dei loro padroni”[9]

Le vere differenze psicologiche tra uomo e donna, non sono veramente conosciute a livello empirico. Infatti un uomo ha una conoscenza imperfetta della compagna che gli sta al fianco, in quanto essa è stata addestrata ad avere determinate caratteristiche, ad evitare di controbattere e a starsene mansueta a compiere il proprio dovere.

Le donne preferiscono mantenere un comportamento da inferiori pur di non perdere l’affetto del loro padrone e per questo motivo, mostreranno sempre il lato migliore.

Originariamente le donne sono prese con la forza o cedute dal padre al marito, passano dal controllo dell’uno a quello dell’altro, non sono mai libere di scelte e aspirazioni proprie.

Prima del Cristianesimo il marito aveva diritto di vita e di morte sulla moglie, egli era la sua unica legge. Il marito per le antiche leggi inglesi era considerato un sovrano.

Ora formalmente non è più così ma, dice Mill, la moglie non può fare nulla a meno di un tacito assenso del marito.

Ogni cosa che è di proprietà della donna va al marito: “i due vengono dichiarati una sola persona, per legge, allo scopo di concludere che ciò che è della moglie è del marito, ma non si trae mai la conclusione inversa, che tutto ciò che è del marito è della moglie.”[10]

Nessuno schiavo è altrettanto asservito quanto una moglie, la quale è obbligata a essere al servizio del padrone in ogni momento, essendo costretta anche a doversi sottoporre a qualsiasi tipo di brutalità e violenza psicologica o sessuale.

I figli sono, per legge, del marito, egli può decidere se mostrarli o no alla moglie nel caso di separazione. La donna non ha alcun diritto su di loro o sulla loro educazione; se la donna lascia il marito essa non può portare nulla con sé e nemmeno i figli.

Un matrimonio dovrebbe basarsi sulla stima reciproca, sull’affetto, non sul rapporto padrone schiavo, tenuto assieme dalla paura di perdere una posizione sociale o i figli.

CONCLUSIONE

La società rende l’intera vita della donna un sacrificio di sé, esige da lei un costante controllo su tutte le sue inclinazioni che vengono reputate, dalla società, non femminili.
Mill sostiene che la donna sacrifica l’intera sua vita per il marito, il quale non sacrificherà mai nulla per lei.
La relazione tra marito e moglie è simile a quella politica del despota e dei suoi sudditi.
Mill utilizza la categoria del dispotismo per descrivere e criticare le relazioni tra uomo e donna, all’interno della famiglia patriarcale.
Dispotismo designa un sistema di relazioni di potere nel quale il consenso, come principio di legittimazione, è assente.
Il despota cerca di inibire e debilitare lo spirito dei subordinati; essi diventano mentalmente dipendenti.
Questa perversa categoria di governo, come il dominio degli uomini sulle donne, si basa sul controllo delle emozioni e sulla mente, non semplicemente sulle azioni.
Il despota stimola la paura e l’affetto, chi viene reso schiavo diventa affezionato e addomesticato.

Esso fa si che venga corrosa l’autostima e l’autonomia morale, induce i suoi soggetti a trasferire a lui la loro stessa libertà in modo che egli sia percepito come una fonte di sicurezza e di tutela, invece che di coercizione e paura.

Mill denuncia quindi il modello patriarcale di famiglia, dove il marito despota annulla la capacità della donna di fare scelte autonome.

Le donne vengono private della loro libertà positiva, ossia la moralità, per fare in modo che mettano nelle mani del marito la libertà negativa, ossia la sicurezza.

Le donne devono essere rese apatiche e docili, al punto da consegnare spontaneamente al marito la propria libertà di pensare a sé stesse come individui.

Tutti gli esseri però, secondo Mill sono nati con la potenzialità di essere individui autonomi.

I genitori dovrebbero far si che il figlio cresca sviluppando una propria autonomia morale.

Al contrario il marito despota, fa si che la moglie rimanga sempre in uno stato infantile, priva di ogni tipo di libertà morale.

La relazione di dispotismo è finalizzata a rendere la donna perennemente subalterna.

Per Mill vi è necessità effettiva che le donne acquistino la libertà; il concetto di società tra esseri umani, a meno che non si tratti di una relazione schiavo-padrone, è impossibile se non alla condizione che l’interesse di tutti venga preso in considerazione, al fine di garantire la felicità.

Bisogna rendersi conto quanto la felicità di tutti sia un bene per l’umanità e questa si conquisti solo dando libertà a tutti gli individui in ugual modo.

BIBLIOGRAFIA

“Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile”, J.S. Mill e M.Taylor, Enaudi, Torino 2001

“Dispotismo: genesi e sviluppo di un concetto filosofico-politico” A cura di Domenico Felice, Liguri editore 2002

“Dietro il velo”, E. Heller e H. Mosbahi, editori La Terza 1993


[1] “Dietro il velo”, E. Heller e H. Mosbahi, editori La Terza 1993

[2] “Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile”, J.S. Mill e M.Taylor, Enaudi, Torino 2001 pag.27

[3] “Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile”, J.S. Mill e M.Taylor, Enaudi, Torino 2001 pag.8

[4] ivi pag.9

[5] ivi pag.10

[6] ivi pag.11

[7] “Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile”, J.S. Mill e M.Taylor, Enaudi, Torino 2001 pag.37

[8] “Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile”, J.S. Mill e M.Taylor, Enaudi, Torino 2001 pag.47

[9] “Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile”, J.S. Mill e M.Taylor, Enaudi, Torino 2001 pag.98

[10] “Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile”, J.S. Mill e M.Taylor, Enaudi, Torino 2001 pag.111

lunedì 19 maggio 2008

Dionigi l’Areopagita: neoplatonico o Cristiano?


Tanto si specula, e si è speculato sull’autore del “Corpus dionisiacum” al fine di giungere alla verità su chi in realtà fosse: già Erasmo e Lorenzo Valla provarono a dare un reale nome a questo teologo ma tuttora si ricerca, nella storia, un personaggio che possa assumere definitivamente il ruolo dello scrittore dei “Nomi divini”; purtroppo sono state avanzate solo ipotesi e ancora si continua ad anteporre Pseudo, davanti a Dionigi..

Ma è possibile che Dionigi l’Areopagita abbia voluto inserire dottrine neoplatoniche all’interno del Cristianesimo per riscattare la scuola di Atene, dalla improvvisa chiusura avvenuta nel 529, per opera di Giustiniano?

Possibile che un individuo scaltro e tremendamente acculturato abbia potuto crearsi una falsa identità, oltretutto di estremo rispetto (Dionigi viene convertito da S Paolo nell’Areopago di Atene), e sia stato talmente presuntuoso da decidere di essere menzionato negli Atti degli Apostoli, divenendo a tutti gli effetti un rispettabilissimo personaggio canonico? Dichiara inoltre di avere assistito direttamente al funerale della Vergine, addirittura di conoscere Giovanni e S. Paolo e assiste, solo lui, niente meno che a due oscuramenti del cielo durante la morte di Cristo, anziché ad uno.

Certamente leggendo il “Corpo dionisiaco” dubbi sulla “via” seguita da questo teologo ve ne sono: non ci sono riferimenti al Buon Dio personale, al Dio padre tanto caro al cristianesimo- Dio è “in conoscibile”, superiore e diverso da tutto e, riprendendo il concetto della trascendenza del Primo principio alla base del Neoplatonismo, Dio è addirittura un “non-essere” superiore all’intelligenza e al pensiero.

Debitore estremo, per le sue teorie, al Commento di Proclo sul “Parmenide” di Platone, si fanno risalire le opere di Dionigi in una età compresa tra il 451, data del concilio di Calcedonia (poiché nelle sue teorie vi sono influenze del dogma della unica natura di Cristo) e la data in cui vi è la effettiva circolazione della opera: il 533.

Ma per quale motivo si è avanzata l’ipotesi, che in realtà il teologo Cristiano Dionigi, possa essere un neoplatonico e addirittura alcuni, tra cui Carlo Maria Mazzucchi, l’hanno potuto identificare addirittura con Damascio, esponente del neoplatonismo e Diadoco di Atene nel 515?

Principalmente è la via negativa usata dall’autore a mettere in dubbio la sua fede Cristiana, per non parlare anche dell’importanza che gioca la gerarchia ferrea presente nel mondo, l’assenza del peccato originale (infatti il male, seguendo la dottrina di Proclo, è niente meno che la parziale assenza di Bene, in quanto tutte le anime e tutti gli esseri sono stati creati dal Primo Principio-Bene e ad esso tendono) e il fatto più importante che Dio è oltre il pensiero umano (medesimo punto a cui arriva anche lo stesso Damascio).

Ma abbiamo prove certe della possibile sovrapposizione della figura di Damascio con quella di Dionigi?

Probabilmente quella più importante è che i due autori hanno uno stile molto simile (anzi, usando il loro lessico, SUPER-simile) che entrambi siano personalità forti alle quali non piace essere messi in dubbio e che tutti e due amino particolarmente inventarsi graziose e incredibili storie.

Ma forse, far coincidere i due personaggi è ancora cosa ardua al giorno d’oggi, ma di sicuro lo Pseudo-Dionigi, conosceva molto bene i Neoplatonici (forse suoi avversari o forse suoi “amici”).

Avvolta nel mistero rimane sicuramente, per ora, la figura dello Pseudo-Dionigi, al quale senza dubbio, si deve riconoscere il fatto che della sua teologia si continuerà a parlare.